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23 Marzo 2016

La ricerca Indire protagonista al convegno Sirem sull’educazione digitale

Un breve resoconto delle due giornate partenopee dedicate all'educazione digitale

di Costanza Braccesi

Gli scorsi 17 e 18 marzo si è tenuto a Napoli il convegno “L’educazione digitale. Modelli pedagogici e pratiche didattiche per la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti”, organizzato dalla Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale (Sirem). L’incontro, che puntava a esplorare i nuovi scenari aperti oggi nella scuola anche per effetto del Progetto Scuola Digitale, ha dato ampio spazio ai contributi legati all’integrazione delle tecnologie nelle attività didattiche, al ruolo dei linguaggi digitali nell’apprendimento e all’impatto di alcune proposte innovative, come ad esempio il coding, sulla realtà scolastica.

Proprio riguardo al coding e alla programmazione informatica, le ricercatrici Indire Jose Mangione e Alessia Rosa, insieme a Simona Ferrari (Cremit) e Pier Cesare Rivoltella (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), hanno presentato giovedì 17 lo studio legato al progetto Smart Coding. Nata dalla collaborazione con Samsung Italia, l’iniziativa nello scorso anno scolastico ha fatto entrare la programmazione in circa 1.000 scuole italiane (603 primarie e 403 secondarie) con lo scopo di avvicinare studenti, docenti e genitori al mondo del pensiero computazionale. Pensato come un vero e proprio contest, Smart Coding ha permesso alle scuole di elaborare con un apposito kit di lavoro una serie di prodotti digitali (fiabe multimediali, videogiochi, programmi e app), documentare le attività con foto e video e caricare gli elaborati finali sul sito dell’iniziativa. I 10 migliori contenuti sono stati selezionati da una giuria di esperti e le scuole vincitrici hanno ricevuto tablet e dispositivi da utilizzare in classe. L’Indire e il Cremit, dal canto loro, hanno condotto una ricerca sull’esperienza fatta dalle scuole aderenti al progetto, cercando di comprendere cosa è rimasto effettivamente nella memoria degli studenti e dei docenti riguardo a questo tipo di attività. Da una prima ricognizione è emerso che è possibile guardare al coding attraverso 4 paradigmi specifici: post-modernista, funzionalista, interpretativo ed emancipatorio. L’analisi quantitativa effettuata su un target di genitori, studenti e docenti ha identificato nell’approccio post-modernista (volto al “fare” e tipico della visione degli “artigiani digitali”) e nell’approccio funzionalista (strettamente legato al linguaggio informatico) le prospettive prevalenti. Tramite analisi di tipo qualitativo basate su focus group condotti con alcune classi vincitrici del concorso Samsung, sono stati invece individuati quegli aspetti dell'”esperienza coding” che favoriscono un atteggiamento interpretativo ed “emancipatorio”,  in grado cioè di portare gli studenti a comprendere come l’apprendimento del linguaggio informatico consenta loro di creare nuove esperienze (guarda la presentazione della ricerca per approfondire questo tema).

Venerdì 18 è stata la volta della ricercatrice Indire Raffaella Carro che ha presentato uno studio realizzato dall’Istituto nel 2015 sull’impatto delle tecnologie a scuola. Nella ricerca, dal titolo One to one nella didattica: esiti e processi, sono stati analizzati 9 licei, 8 istituti tecnici e 2 istituti professionali (per un totale di 14.152 studenti) che hanno ampiamente investito in dotazioni tecnologiche e in cui si fa un uso didattico quotidiano di computer portatili o altri device mobili. La ricerca evidenzia che, nelle scuole in cui l’utilizzo della tecnologia è diffuso in modo capillare, emergono risultati interessanti per quanto riguarda la dispersione scolastica (i tassi di abbandono nelle scuole oggetto dell’indagine si attestano infatti tra lo 0% e l’8%, un dato nettamente al di sotto della media italiana (17,6%) e di quella europea (12,7) e dell’obiettivo fissato per il 2020 del 15-16% italiano o del 10% europeo. Anche il tasso di assenza degli studenti in queste scuole è inferiore al tasso medio delle province di riferimento e i risultati ottenuto dagli studenti in italiano e matematica sono migliori, se confrontati con le scuole del medesimo ordine che hanno lo stesso livello socio-economico o con studenti che appartengono allo stesso bacino di utenza. Inoltre, dall’indagine Indire emerge che gli stessi istituti si contraddistinguono per alte percentuali, rispetto alle medie provinciali di riferimento, di studenti che si immatricolano all’università (tassi tra il 60% e il 90%, a fronte del 50% a livello provinciale). Un ulteriore impatto positivo emerge nell’inserimento nel mondo del lavoro degli studenti all’uscita dei tecnici e dei professionali: le percentuali delle scuole oggetto di indagine vanno dal 38% al 70%, mentre le medie provinciali si attestano intorno al 40% (guarda la presentazione della ricerca).

Sempre venerdì 18, il presidente Indire Giovanni Biondi ha preso parte, insieme al Dirigente dell’Ufficio Innovazione Digitale del Miur Daniele Barca e al referente del Miur Damien Lanfrey, alla tavola rotonda “La scuola digitale”, moderata da Pier Cesare Rivoltella dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I relatori hanno sottolineato la necessità di sfruttare anche in ambito didattico le enormi potenzialità che offrono oggi i linguaggi digitali, puntando sul coinvolgimento degli studenti nei processi di costruzione del sapere. Integrare la tecnologia a scuola offre l’opportunità di trasformare ogni classe del nostro Paese in una sorta di “laboratorio” senza confini spazio-temporali, ma al contempo richiede una rivoluzione dei metodi didattici, degli orari, degli strumenti di lavoro, dei libri e, di conseguenza, degli arredi e degli spazi di apprendimento. Un tema, quello delle architetture scolastiche, su cui l’Indire lavora da oltre dieci anni, con l’obiettivo di identificare ambienti didattici innovativi, in grado di favorire metodi di apprendimento non tradizionali e maggiormente “sintonizzati” con le esigenze degli studenti di oggi, ragazzi profondamente diversi da quelli che anche solo una ventina di anni fa frequentavano le nostre aule. Iniziative coinvolgenti come quella del coding a scuola vanno proprio in questa direzione, poiché promuovono nei più giovani il pensiero logico e l’attitudine al problem-solving, competenze fondamentali nello studio, così come nel lavoro e nella vita.

 

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