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3 luglio 2018

Oltre il carcere, per rendere formativo il tempo della pena. Sintesi dal seminario EPALE di Bari

di Alessandra Ceccherelli

Le misure alternative alla detenzione devono essere ampliate. Non si tratta dell’opinione di una parte di società dotata di spiccato senso umanitario, ma di evidenze sostenute dai dati: ogni esperienza di recupero dimostra infatti che dopo, in carcere, non ci si torna più. O comunque molto meno.

Muovendo dalla volontà di dare visibilità a queste affermazioni e approfondirne i princìpi fondativi, a lungo dibattuti nelle recenti vicende della riforma dell’ordinamento penitenziario, l’Unità EPALE Italia (Indire) ha organizzato all’Università Aldo Moro di Bari tre giornate di seminario sul tema, con l’obiettivo di contribuire a costruire un carcere più inclusivo e umano, con componenti educative e responsabilizzanti volte al ritorno del reo nella società.

La relazione di Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, ha invitato a promuovere la crescita e lo sviluppo della persona durante l’esecuzione della pena. Creare alternative alla restrizione della libertà, che oggi rappresenta l’unica espressione del carcere, serve a rafforzare l’efficacia della pena e a restituire alla società il torto subìto, ma anche a formare individui in grado, una volta fuori, di contribuire alla comunità e rispettare le regole. Istruzione e cultura, lavoro e impegno sociale – la fatica da superare per recuperare se stessi, perché è più facile perdersi e sbagliare che trovare una strada nella legalità –  sono gli elementi per rendere questo processo forte. Lo dimostrano le esperienze di tanti Paesi europei citate dal Garante e da molti dei relatori presenti a Bari.

Carmelo Cantone, Giuseppe Centomani e Pietro Rossi, rispettivamente Provveditore, Direttore del Centro minorile e Garante dei detenuti per le regioni Puglia e Basilicata hanno aperto i lavori introdotti e moderati da Lorenza Venturi, Capo Unità di Epale Italia, davanti a una platea di oltre 150 partecipanti, tra docenti carcerari, responsabili di associazioni e onlus, referenti presso gli enti locali e operatori penitenziari, da tutta Italia.

Riconfermando la sua posizione di sostenitore delle politiche di apertura alle attività artistiche, Carmelo Cantone ha indicato la necessità di rendere effettive e significativamente presenti le iniziative idonee a ricostruire un legame con la società, oltre a ogni attività educativa e lavorativa remunerata.

L’esempio positivo da seguire, ha rilevato poi Centomani, viene dagli istituti penitenziari minorili che ospitano solo 450 ristretti (250 stranieri), mentre oltre 20mila sono seguiti sul territorio, a testimonianza del lavoro che il Minorile compie per limitare il carcere.

Anche dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato, è arrivato l’invito a sostenere concretamente un utilizzo diverso del tempo della detenzione da parte degli organismi amministrativi, un tempo morto, parentesi di vita, tempo dilatato che cancella i punti di riferimento e le connessioni con la realtà.  «La maggior parte dei detenuti italiani è costretta a un ozio forzato che significa avere una limitazione di spazio eccessiva rispetto a un tempo dilatato, e questo influisce negativamente sui processi di responsabilizzazione del detenuto», ha dichiarato Bortolato aggiungendo che «Il detenuto deve essere destinatario attivo e non passivo del suo percorso di educazione e per questo è necessario un forte investimento culturale che abbracci tutti gli ambiti della vita detentiva: dal linguaggio, alla libertà di movimento, al doloroso rapporto con l’affettività negata».

 

 

Nel corso del seminario si è parlato nello specifico di alcune proposte a supporto del reinserimento: istruzione e formazione professionale in primis, ma anche una nuova via per il confronto e la presa di coscienza del danno causato. Si tratta della giustizia riparativa attraverso la mediazione penale, presentata da Laura Vaira secondo la quale «Il lavoro più importante della giustizia riparativa è far sì che ognuno, per il suo ruolo nella società, possa contribuire a far cambiare la mentalità, il punto di vista sul carcere, perché ci riguarda tutti».

I lavori dei gruppi si sono focalizzati sullo sviluppo di proposte e soluzioni concrete, con l’intento di redigere un documento condiviso conclusivo. Per questo, accanto agli interventi istituzionali, sono state presentate anche esperienze svolte in diverse regioni e province: attività di istruzione professionale nel settore alberghiero, in corso con successo nella Casa di reclusione di Volterra; il lavoro per i detenuti in libertà vigilata del progetto di birrificio artigianale promosso da “Semi di Libertà onlus” a Roma; il processo di collaborazione tra istituzioni e cittadini che a Ferrara, su iniziativa del Comune, ha messo in rete tante realtà disperse di volontariato, regolamentandole e indirizzandole verso un obiettivo comune: la città che incontra il carcere. Tante altre esperienze di piccole realtà isolate, che potrebbero essere di esempio per tanti, sono state poi condivise dai partecipanti nei gruppi.

Con lo stesso intento ispiratore di nuove pratiche sono state proposte visite sul campo per conoscere meglio alcune realtà del territorio, tra cui il Laboratorio di legalità gestito dalla Cooperativa “Pietra di Scarto” di Cerignola che da qualche anno impiega nei lavori agricoli anche i detenuti a fine pena. Un esempio di circuito virtuoso che valorizza il territorio e che EPALE Italia ha deciso di sostenere, scegliendolo come sede per la cena sociale del seminario.

E in Europa? Quali poltiche educative si stanno sperimentando e quali sono le indicazioni e le azioni della Commissione in questo campo? Sono questi temi delle relazioni di Paul Talbot, project manager di EPEA – European Prison Education Association, la rete di insegnanti carcerari per lo studio, la diffusione e la promozione dell’educazione in carcere che da più 20 anni si propone di raccogliere e condividere pratiche attraverso l’azione dei suoi associati nei diversi Paesi; l’intervento di Alan Smith, ex coordinatore del programma Grundtvig alla Commissione europea, ha invece ricostruito le azioni comunitarie a sostegno dell’istruzione dei detenuti e dei loro formatori.

Ma più significativa di qualsiasi affermazione e opinione, resta la testimonianza dei detenuti invitati a Bari. Edin Ticic e Lester Batista, attraverso il linguaggio nobile di Torquato Tasso, hanno sospeso per qualche minuto la cadenza degli interventi cambiando l’espressione dei volti dei presenti. Sono potuti uscire dal carcere con un permesso speciale della polizia penitenziaria, grazie al loro essere parte della compagnia teatrale della Casa circondariale di Ferrara. Fermandosi a chiacchierare con gli spettatori, hanno raccontato quanto sia stato difficile “lottare” per mesi con il testo della Gerusalemme Liberata, ma anche quanto sia bello vedere le facce della gente mutare dopo lo spettacolo e uscire dal pregiudizio. “Perché siamo bravi”, scherza Lester. La fatica dello studio e della memoria in una lingua che è antica, ostica anche per gli italiani oggi, è già segno tangibile di motivazione e impegno, e nel loro temporaneo tornare “fuori”, è visibile il valore del lavoro che hanno fatto su se stessi.

Nei tre giorni di seminario sono state realizzati video, interviste e documenti di sintesi e sono stati proposti documenti ufficiali determinanti per comprendere l’attualità del dibattito sul carcere oggi. Tutto il materiale è disponibile su EPALE nell’articolo di Martina Blasi, “Oltre il carcere. I contenuti del seminario”.

 

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