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Editoriale del 19 Aprile 2016

L’editoriale

di Giovanni Biondi

L’aggettivo “digitale”, che in questi anni abbiamo usato spesso per qualificare parole come “scuola” o “apprendimento” o “didattica”, rappresenta una modalità, una dimensione di ognuno di questi termini.

È chiaro che si apprende attraverso molteplici e spesso inaspettati percorsi e inedite e personali metodologie. Ma apprendere, in senso stretto, è solo una delle facce dell’educazione. È evidente infatti che la scuola è prima di tutto un ambiente sociale dove è certamente importante accrescere le proprie competenze e conoscenze, ma è altrettanto fondamentale crescere nelle relazioni. Ridurre la scuola alla “fabbrica degli apprendimenti” significa rinnegare tutta la nostra tradizione educativa, il DNA stesso della nostra scuola. È un tema importante che non dobbiamo mai perdere di vista, meno che mai quando si va a riflettere di nuove metodologie didattiche, di futuro e di innovazione. Tutte questioni importanti. Ma non scordiamo che questo è solo uno dei tasselli che concorrono a dare significato alla parola “scuola”.

Dico questo perché è importante conoscere il punto di partenza quando vogliamo definire dove vogliamo andare, qualunque sia la vision che ci guida. Seneca avrebbe detto che «non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». Abbiamo il dovere di far crescere la nostra scuola senza rinnegarne i caratteri originali che non sono quelli “dell’addestramento”, ma piuttosto quelli dello sviluppo del pensiero critico, dello sviluppo delle competenze di base, insomma della crescita individuale non solo come potenziali pedine del mercato del lavoro, ma soprattutto come persone.

La flessibilità di pensiero, l’eclettismo culturale, la capacità di risolvere i problemi (anche con una certa dose di creatività, spesso definita come “arte di arrangiarsi”) che vengono riconosciuti ai nostri laureati derivano proprio dai caratteri originali della nostra scuola. Caratteri che non dobbiamo dimenticare. Alla luce di questo, la vision che ci deve guidare è proprio quella dello sviluppo di questi “fondamentali” in cui è un dovere utilizzare tutte le opportunità, tutte le risorse, tutti gli strumenti, anche tecnologici, che oggi sono disponibili, ma allo stesso modo è un dovere conservare la capacità di scegliere sapendo dove andare. Il vento oggi è favorevole per un cambio di rotta, per un’accelerazione, ma è fondamentale non lasciarsi trasportare, quanto piuttosto impostare la rotta con un obiettivo preciso. Come si collocano in questa prospettiva le tecnologie e, più in generale, tutte le opportunità offerte dal digitale? Se perdiamo di vista presupposti e obiettivi, rischiamo di aprire un dibattito su questo o quel software, su questa o quella piattaforma oppure su una particolare metodologia didattica.

Certamente la navigazione verso nuove rotte va impostata e non è più rimandabile: stiamo uscendo faticosamente da un sistema scolastico costruito per un obiettivo che oggi non è più valido,  un modello di società che oggi non c’è più. Agli inizi del Novecento abbiamo fatto transitare nelle classi un’intera società costituita da analfabeti, figli di analfabeti, indirizzandoli verso la nascente società industriale che richiedeva conoscenze di base sintetizzate dal famoso “leggere, scrivere e far di conto”. Un obiettivo comune a tutti gli stati occidentali: writing, reading, arithmetic, si diceva in altri paesi. Intorno a questo obiettivo è stata costruita la scuola che nei suoi connotati fondamentali è arrivata fino a oggi con pochissime variazioni strutturali.

Nel loro libro sulle Flipped classroom, i due insegnanti di chimica Jonathan Bergmaan e Aaron Sams dicono, quasi con meraviglia: «Sfortunatamente in qualche punto della storia umana la lezione frontale si è insinuata nella nostra scatola degli strumenti educativi: le scuole di oggi sono chiamate a sfuggire alla sua oppressione». Non si è trattato però di sfortuna, piuttosto di una modalità razionale, quasi “industriale”, pensata come una vera e propria “catena di montaggio” in cui il tempo (quello della lezione), lo spazio (quello dell’aula) e il metodo (quello dell’insegnamento basato sulla centralità della lezione) sono stati funzionali al raggiungimento degli obiettivi di questi grandi sistemi di istruzione. Oggi semplicemente siamo in un’altra epoca. Il digitale offre oggi alla scuola la possibilità concreta di uscire da un modello organizzativo dello spazio e del tempo e andare con decisione verso la costruzione di ambienti centrati e costruiti per l’apprendimento, per l’imparare facendo (learning by doing), per dare centralità e valore all’attività degli studenti. Un obiettivo che, è bene ricordare, ha attraversato in modo carsico tutta la storia della nostra scuola e che oggi grazie alle potenzialità del digitale forse è davvero possibile raggiungere. Ecco, questa è la dimensione del digitale nella scuola, questa la rivoluzione che può realizzare: trasformare il tempo e lo spazio della scuola, la sua organizzazione, i suoi strumenti e perfino il ruolo dei suoi attori.

Se questa è la prospettiva del cambiamento, allora diventa centrale la formazione del milione di persone che ogni giorno portano avanti la scuola italiana. Ma neanche in questo caso è sufficiente avere “il vento favorevole” o i finanziamenti importanti che sono stati stanziati: bisogna prima di tutto sapere dove andare. Detto in altre parole, una formazione frammentata in centinaia di iniziative locali gestite autonomamente corrono il rischio altissimo di esaurirsi nell’illustrazione di questo o quel software o di affidare il risultato dell’innovazione all’adozione di una piattaforma o di un libro digitale.

Solo per fare un esempio, anche un tema potenzialmente innovativo come la flipped class può essere centrato sulla produzione dei video, sulla ricerca in rete delle risorse per costruire la lezione, sulla post-produzione dei video realizzati, sulla gestione del cloud, quindi sugli aspetti tecnologici. Ma come dicono gli autori delle flipped : «Se ritieni che il video sia lo strumento efficace per esprimere gli obiettivi fallo pure. Ma se non è così, evita di farlo solo per il piacere che produrre il video ti dà!». La flipped non coincide con l’aspetto tecnologico. La semplice sostituzione di una lezione in presenza con una lezione registrata non porta in sé grandi vantaggi. La possibilità invece di riorganizzare il tempo («Ti accorgerai di quanto tempo extra ti rimane!») e lo spazio («Per favorire lo spostamento del focus educativo dall’insegnante agli studenti abbiamo cominciato a riferirci alle nostre classi come a degli spazi di apprendimento. La parola classe” porta con sé un pesante fardello, enfatizza il fatto che il docente ne sia il centro, evoca l’immagine di un insegnante di fronte a un gruppo di ragazzi mentre con il gesso in mano distribuisce il sapere alle masse. Nella classe il docente parla e gli studenti ascoltano, l’insegnante “insegna” e spera che gli studenti apprendano. Quando, come educatori, abbiamo cominciato a chiamare la nostra classe “spazio di apprendimento”, siamo stati obbligati a cambiare il modo di vedere cosa accade al suo interno. Quando abbiamo comunicato questo cambiamento di nome agli studenti, loro hanno compreso che la cosa principale della scuola è apprendere e non ricevere insegnamenti. Ed è proprio quando loro comprendono la potenza dell’apprendimento per amore della conoscenza che le nostre scuole diventano veri spazi di apprendimento»).

Quindi, il valore aggiunto che si determina mettendo le lezioni sul cloud e realizzandole attraverso linguaggi digitali non è “tecnologico” o “digitale”, ma è pedagogico, e sta nella riorganizzazione del tempo e dello spazio per recuperare un rapporto educativo e rendere possibile una personalizzazione dei percorsi di apprendimento (Flipped mastery). Questo porta con sé un cambio di ruolo degli insegnanti, di orari, di strumenti e perfino di sistemi di valutazione. Tutti aspetti, come si può vedere, molto poco tecnologici. Una formazione affidata necessariamente, dati i numeri e la distribuzione geografica delle scuole, a insegnanti promossi sul campo magari solo per la loro passione per la tecnologia o, peggio, ad agenzie formative fino ad allora impegnate in corsi di alfabetizzazione informatica o di informatica professionale, ha scarsissime e casuali possibilità di successo, almeno nella prospettiva dell’innovazione in cui il digitale si inserisce. Non esiste infatti in Italia un albo di formatori, come non esistono in numero sufficiente insegnanti-formatori in grado di indirizzare la conoscenza degli strumenti verso princìpi educativi di più ampio respiro. Mantenere un collante culturale comune in grado di sfruttare il vento favorevole, ma per andare in una direzione precisa, richiede un’impostazione diversa da quella che è stata data a questa primo avvio della formazione. Siamo però solo all’inizio: quello che è stato fatto finora rappresenta comunque un passo in avanti che pone il tema della trasformazione di un scuola basata ancora sugli stessi strumenti – banchi, libri, lezioni frontali e lavagne – utilizzati quando computer e internet non esistevano.