Nel contesto di un'ipotetica sala di attesa in una qualsiasi stazione ferroviaria è percepibile la casuale alternanza di infinite modulazioni dell'essere sociale.
La prevalenza dell'immagine nel primo contatto con lo spazio condiviso, permette siano riconoscibili immediatamente differenze superficiali, di banale orientamento rispetto ad una supponibile appartenenza a culture pur ricche di ulteriori differenziazioni interne: il nomadismo dei Rom o i credi islamici, l'underground giovanile o l'upper class dei professionisti, l'estremo oriente del Giappone, della Cina o il nord Africa magrebino...
Ad uno sguardo più attento a cogliere le sfumature, magari prestando ascolto alle parole sussurrate rubandole ad un dialogo, o ad un'esclamazione, è possibile isolare idiomi particolari, accenti con sicura grossolana approssimazione riconducibili a immaginari più o meno consolidati.
Emergono con la medesima chiarezza altre "diversità" possibili come quella dei disabili o quella degli indigenti.
In questa ipotetica stazione ferroviaria transitano e si incontrano umanità che necessitano di codici, linguaggi comuni per poter superare la prima percezione delle loro differenze, conoscersi e conoscendosi condividere.
Una delle diversità più complesse e meno riconoscibili, in un panorama già denso di luoghi comuni e omologazioni coatte, concerne le problematiche connesse alla "mente" umana: nel suo essere radicali e soggiacenti, le dinamiche della mente sono a volte imperscutabili, ospiti di malesseri che si conclamano solo in occasioni particolari o sempre pervasive come un vizio sensibile in costante alterazione dell'essere nel mondo.
Arrivare a integrare nel tessuto sociale chi come tutti gli altri assume a una diversità che dev'essere sempre vissuta come ricchezza, ipostasi unica e irriducibile dell'essere umano come valore primario, non può che procurare la necessità di una esplorazione cosciente e documentata di problematiche sì esposte a pericolose erronee interpretazioni ed emarginazioni più o meno volontarie.
E' quindi di pari o maggior urgenza che nell'educazione all'intercultura, anticamera per una cittadinanza aperta e pronta a mettere in discussione prima di tutto se stessa, si includa la conoscenza delle distanze che i malesseri misteriosi e invisibili della mente possono marcare in un qualsiasi spazio urbano condiviso. Che sia una stazione ferroviaria, che sia un ufficio pubblico, che sia un'istituzione scolastica.
E' in questo senso che l'edizione annuale dello Psicofestival, in programma il 10 e l'11 ottobre 2004 a Bologna, propone il tema "I diversi e gli uguali".
Durante i due giorni si alterneranno momenti di confronto di carattere specialistico, in programma una tavola rotonda sul tema della stigmatizzazione dei malati psichici, e proposte di eventi che mostrano la creatività inestinguibile della mente pur sofferente, attraverso contributi imprescindibili per il mondo dell'arte e dello spettacolo.
Lo Psicofestival si concluderà con la presentazione e la proiezione del film "Elling"(2002) realizzato da Setter Naes: due amici, reduci da lunga degenza presso un reparto di cure psichiatriche, decidono di andare a vivere insieme in un appartamento in città.
di Antonio Sofia, Indire Comunicazione