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23 Gennaio 2026

24 gennaio: la Giornata internazionale dell’educazione e il “diritto ad apprendere” che ci riguarda tutti

di Daniela Ermini

Nel calendario civile ci sono date che rischiano di diventare rituali. La Giornata internazionale dell’educazione, il 24 gennaio, dovrebbe fare l’opposto: interrompere l’automatismo, costringerci a guardare i numeri e a farci una domanda scomoda ma necessaria: quanto è reale, oggi, in Italia, il diritto ad apprendere lungo tutto l’arco della vita?

 

Che cos’è la Giornata internazionale dell’educazione (e perché nasce)

La ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 73/25 (adottata il 3 dicembre 2018), che proclama il 24 gennaio “International Day of Education” e invita Stati e organizzazioni a celebrarla per rafforzare l’impegno verso l’istruzione.

Il senso è esplicito: l’educazione non è un “settore” fra gli altri, ma una leva decisiva per pace e sviluppo, un diritto umano e una responsabilità pubblica. UNESCO, che ne coordina la celebrazione, collega la giornata all’orizzonte dell’Agenda 2030 e in particolare all’Obiettivo di sviluppo sostenibile 4 (SDG 4): istruzione inclusiva, equa e di qualità e opportunità di apprendimento per tutti.

Detto in modo semplice: questa giornata nasce per ricordarci che senza educazione, di base e permanente, le società diventano più fragili: più disuguaglianza, meno mobilità sociale, più vulnerabilità (anche digitale), meno partecipazione democratica.

 

I dati: laureati, diplomati, divari territoriali. E un obiettivo europeo che ci sfida

Come spunto, i dati richiamati da Openpolis (nell’ambito del lavoro con i bambini) sono uno schiaffo gentile ma fermo: nel 2024 l’Italia è penultima in UE per quota di 25-34enni con titolo terziario (circa 32%; 31,6% nella serie Eurostat citata)davanti solo alla Romania.

Il punto però non è tanto stilare una classifica ma tenere presente che l’Unione europea ha fissato un traguardo politico: arrivare al 45% di laureati (25-34 anni) entro il 2030. E oggi, secondo il quadro usato anche dalla Commissione, la media UE è 44,1% mentre noi restiamo molto distanti.

Dentro quel 31,6% c’è un dettaglio che non vogliamo proprio ignorare: le donne risultano più spesso laureate degli uomini (38,5% vs 25%). È un segnale di forza ma anche una domanda aperta sulle transizioni: come mai un vantaggio educativo così netto non si traduce sempre in pari opportunità di carriera e reddito?

E poi ci sono i “diplomati”, cioè la soglia minima che rende davvero praticabile la cittadinanza contemporanea. Eurostat ricorda che, in media UE, nel 2024 l’84,3% dei 20-24enni ha almeno un titolo di scuola secondaria superiore: è un indicatore “di base”, perché senza quella soglia si restringono lavoro, formazione, partecipazione. In Italia, intanto, un indicatore complementare dice che stiamo migliorando ma non possiamo distrarci: nel 2024 la quota di early leavers (18-24 anni che hanno al massimo la secondaria inferiore e non sono in formazione) è scesa a 9,8%. Buona notizia, ma ancora sopra il target UE del 9% al 2030.

Se vogliamo parlare seriamente di competenze digitali, IA, transizioni verdi, dobbiamo tenere i piedi su fondamenta solide: alfabetizzazione, numeracy, capacità di comprendere testi e dati. Senza, l’apprendimento permanente diventa uno slogan, non un diritto.

 

NEET: quando il problema non è solo “studiare”, ma restare agganciati

C’è poi la zona più delicata: quella di chi resta fuori da lavoro e formazione. Eurostat ricorda che l’UE punta a portare i NEET 15-29 anni sotto il 9% entro il 2030, ma nel 2024 la media UE è 11,0% e tra i Paesi con valori più alti compaiono anche Italia.

Per l’Italia, il dato più recente disponibile in questa serie viene riportato a 15,2% (15-29 anni, 2024). È qui che la Giornata dell’educazione smette di essere celebrazione e diventa responsabilità: orientamento, seconde opportunità, servizi territoriali, e soprattutto percorsi che tengano insieme apprendimento e vita reale (cura, lavoro povero, fragilità, migrazioni, salute mentale). È terreno pieno titolo dell’educazione degli adulti.


“Fuga dei cervelli”: non solo chi parte, ma cosa perdiamo nei territori

Sul tema della mobilità qualificata, i numeri ufficiali raccontano una dinamica complessa: non è “emigrazione cattiva” contro “restare buoni”. È piuttosto la domanda: il sistema Italia sa attrarre, trattenere, far crescere capitale umano?

Due fonti pubbliche aiutano a mettere a fuoco:

  • Un report ISTAT sulle migrazioni mostra che nel 2024 gli espatri di cittadini italiani sono arrivati a circa 156 mila (dato provvisorio) e nel biennio 2023-24 gli espatri complessivi di italiani sono 270 mila.
  • Nello stesso report emerge un punto chiave: nel quinquennio 2019-2023 il saldo dei giovani laureati italiani 25-34 anni è negativo (-58 mila), mentre l’ingresso di laureati stranieri contribuisce a compensare (saldo stranieri +68 mila), con un saldo totale +10 mila. È un modo potente per dire che il Paese regge anche grazie a chi arriva—ma perde tanti dei propri giovani qualificati.

La Commissione, nell’Education and Training Monitor dedicato all’Italia, aggiunge un’altra lente: tra 2014 e 2023 oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero, inclusi 367 mila 25-34enni; fra questi, quasi 146 mila (39,7%) avevano un titolo terziario. E i rientri non compensano: nel saldo si parla di una perdita netta di 97 mila giovani altamente qualificati.

La “fuga”, quindi, non è solo un flusso: è un indicatore di opportunità percepite, qualità del lavoro, servizi, ricerca, welfare, costo della vita—e, ancora una volta, di divari territoriali.

 

Il Cantiere GNAP del 23 gennaio: dall’analisi all’azione

Ecco perché il calendario di questi giorni è interessante: il 23 gennaio 2026 (14.30–16.30, online) la comunità dell’apprendimento permanente si ritrova per un nuovo cantiere del percorso “Verso gli Stati Generali dell’Apprendimento Permanente”, promosso da GNAP (Gruppo Nazionale per l’Apprendimento permanente) insieme a reti come EdaForum, Forum Nazionale Terzo Settore, RIDAP, RUIAP (con collaborazione di FORMA.Azione). L’obiettivo dichiarato è “costruire insieme il Manifesto per un effettivo diritto ad apprendere” e lavorare in gruppi su accesso, politiche territoriali, servizi e infrastrutture dell’apprendimento.

Mettere in parallelo 24 gennaio e 23 gennaio non è una scelta politica e culturale. La giornata ONU ci dice perché l’educazione è centrale; il cantiere GNAP prova a dire come renderla esigibile, nei territori e nei servizi, soprattutto per chi oggi resta fuori.

 

E Erasmus+? Mobilità come fattore educativo, non come privilegio

In questa stessa prospettiva, vale la pena allargare lo sguardo alla partecipazione ai programmi europei. Erasmus+ non è solo “andare fuori”: è costruire competenze, lingue, autonomia, reti professionali, cittadinanza europea. E può diventare uno strumento concreto contro le disuguaglianze se resta accessibile, accompagnato, inclusivo.

Un dato semplice rende l’idea della scala: quasi 150 mila persone hanno viaggiato in Italia per Erasmus+ nel 2024. Non è marginale: è un flusso educativo che attraversa scuole, università, formazione professionale, educazione degli adulti e organizzazioni.

Per una piattaforma come EPALE, la domanda è: come facciamo in modo che questa energia (scambi, partnership, buone pratiche) si traduca in apprendimento permanente per tutti, e non solo per chi “sa già” orientarsi tra bandi, lingue, reti?

Se i dati ci dicono che siamo lontani dagli obiettivi su laureati e che i NEET restano alti, e se le migrazioni qualificate ci segnalano un problema strutturale di opportunità, allora la risposta non può essere una sola riforma o un solo finanziamento.

Serve un patto di apprendimento permanente: fondamentali solidi (competenze di base, alfabetizzazione e numeracy),passerelle tra istruzione, formazione, lavoro e vita, servizi territoriali che accompagnino davvero, mobilità europea inclusiva come moltiplicatore, e una governance che tenga insieme scuola, università, CPIA, terzo settore, imprese, enti locali.

Il 24 gennaio è il promemoria globale. Il 23 gennaio, con il cantiere verso gli Stati Generali, può essere uno dei luoghi in cui quel promemoria diventa progetto condiviso.